Il boom dei Pir

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Il boom dei Pir

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Quando qualche giorno fa il Ministero dell’Economia ha rivisto le stime sulla raccolta dei Pir nel 2017 portandole addirittura a 10 miliardi di euro, cifra impensabile quando alla fine dello scorso anno sono stati varati i Piani individuali di risparmio, pochi in realtà si sono stupiti. Dagli annunci delle principali società di gestione del risparmio che hanno rapidamente creato strumenti di investimento appositi si era già intuito che l’attenzione degli investitori sarebbe andata ben oltre le previsioni iniziali: del resto la sola Banca Mediolanum, fra le più dinamiche al momento, ha raccolto 700 milioni in poco più di due mesi e punta a raggiungere a fine anno quota 3 miliardi, che di per sé sarebbe stata già una cifra superiore all’originale stima del Mef, e non ci voleva molto a capire che altri big, Eurizon e Pioneer in testa, si sarebbero inseriti rapidamente a ruota del gruppo controllato dalla famiglia Doris.

Gli effetti sulle imprese
Ma se sull’appetito delle famiglie italiane, in cerca di rendimenti appetibili oltre ai BTp e attirate dai benefici fiscali garantiti a chi detiene questi strumenti per 5 anni, i dubbi sono durati poche settimane, qualche incertezza in più era ed è ancora lecito nutrirla sugli effetti che i Pir avranno sulle imprese in cui questi nuovi strumenti investiranno, che poi è il vero obiettivo del Mef. Dubbi a medio-lungo termine ovviamente, perché nell’immediato gli effetti sono chiarissimi, almeno in Borsa dove nei primi 4 mesi dell’anno i volumi si sono moltiplicati: quasi raddoppiati sulle small cap e per il segmento Star e addirittura poco meno che quadruplicati sull’Aim Italia. Ed è altrettanto evidente l’impatto a livello di prezzi, visto che gli indici dei titoli a piccola e a media capitalizzazione quotati sulla Borsa italiana hanno avuto performance superiori (+23%) non soltanto nei confronti dell’indice generale di Piazza Affari (il Ftse Mib che si è «fermato» a +10,7%), ma anche e soprattutto rispetto alle small e mid cap europee (+10,5% per l’indice EuroStoxx Mid) e con un’accelerazione da inizio marzo.

I flussi di denaro
D’altra parte è anche innegabile che su questi titoli si stiano e soprattutto si riverseranno in futuro flussi di denaro davvero importanti. In base ai calcoli di Equita Sim, che non soltanto prevede 10 miliardi di raccolta sui Pir nel 2017, ma anche oltre 35 miliardi da qui al 2019 e 55 miliardi entro il 2021, gli investimenti nei confronti di azioni che non fanno parte del paniere Ftse Mib ammonteranno al 4,2% del loro flottante medio già quest’anno e saliranno al 5,4% nel 2018, per raggiungere poi una cifra sbalorditiva del 23,1% nell’arco dei 5 anni.

In altre parole, il rischio è che alla fine la quantità di strumenti su cui di fatto i Pir possono investire si possa rivelare limitata e il mercato di riferimento diventi estremamente illiquido con i rischi che ciò comporta in caso di fasi turbolente sui listini. La speranza, in questo caso, è che il fenomeno inneschi davvero il circolo virtuoso che il Governo si augura, spingendo verso il mercato dei capitali la gran parte delle Pmi che costituisce la spina dorsale del nostro sistema produttivo e che quasi ignora questo canale di finanziamento e crescita. Qualcosa per la verità si è mosso nelle ultime settimane, con i debutti di Unieuro, Farmafactoring, Avio e Indel B (proprio ieri) sul listino principale, di altre sei società su Aim Italia, e con i collocamenti di ulteriori quote da parte di Iren e Datalogic. Occorre però una spinta maggiore per reggere la carica dei Pir.

 

Giordano Cozzi
Family Banker. Investo molte ore della mia giornata, alla ricerca di informazioni finanziarie e bancarie, con l’obiettivo di dare un vero valore aggiunto a tutti i clienti.

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