Category Archives: BancaMediolanumCivitavecchia

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Alla scoperta della relazione tra tassi d’interesse e bond

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Gli italiani sono storicamente affezionati alle obbligazioni, specialmente governative, ma possiamo ragionevolmente dubitare che conoscano davvero i rischi dello strumento obbligazionario, a cominciare da quello legato alle variazioni dei tassi di interesse. Vediamo di capire qual è la relazione con le decisioni delle banche centrali.

Pian piano la musica sta cambiando

Dopo anni a livello zero, quando non addirittura sotto, i tassi d’interesse nei principali Paesi e aree economiche stanno più o meno rapidamente invertendo il senso di marcia. Negli Stati Uniti, a giugno, la Federal Reserve ha operato il secondo rialzo dell’anno portando i tassi al corridoio compreso tra l’1,75% e il 2%. Stando alle intenzioni del board della Fed, entro l’anno ci dovrebbe essere ancora un rialzo di 25 punti base, poi altri tre nel 2019. Sull’altra sponda dell’Atlantico, la Banca Centrale Europea ha ufficializzato la fine del quantitative easing e secondo la maggior parte degli analisti intervistati da Bloomberg potrebbe decidere di ritoccare i tassi a partire dalla prossima estate. Ancora espansiva, ma con qualche remora, la Bank of Japan. Tra le Big Four, la più cauta è la Bank of England, che è alle prese con la complessa gestione della Brexit. A livello globale le politiche monetarie rimangono in prevalenza accomodanti, per ora. Ma guardando avanti, ci saranno sempre più banche centrali pronte a stringere i cordoni del credito. Anche perché, comunque vada, la situazione dei tassi a zero non può durare per sempre: primo, perché l’inflazione sta tornando a fare capolino; secondo perché, con i tassi bassi o bassissimi, le banche centrali avranno meno leve da manovrare se e quando vorranno imprimere un nuovo stimolo all’economia nella fase di frenata che ciclicamente è destinata a tornare.

Cosa c’entrano i mercati obbligazionari?

Intervenendo sui tassi d’interesse o tramite politiche non convenzionali (come per esempio il quantitative easing), le banche centrali influenzano in modo più o meno diretto il costo del denaro. In linea di massima, quando la banca centrale alza i tassi d’interesse, l’aumento del costo del denaro si propaga in prima battuta sulle scadenze brevi e successivamente su tutta la curva dei tassi d’interesse, se il mercato si convince che in effetti non c’è più bisogno del sostegno della banca centrale. Ed è quello che è successo. Dalla metà del 2016, quando l’economia mondiale ha iniziato ad accelerare in mondo convincente, sui mercati si è incominciato a respirare un’altra aria. Gli investitori hanno iniziato a parlare di crescita robusta e coordinata e gradualmente si è diffusa la convinzione che l’era delle politiche ultra-accomodanti sarebbe presto giunta al termine. La combinazione tra i buoni dati economici, il miglioramento delle aspettative e l’aumento dei tassi di alcune banche centrali come la Federal Reserve o la Bank of Canada ha avuto effetti notevoli sul mercato obbligazionario, e più in generale sul costo del debito. Tra la prima metà del 2016 e la fine del 2017, la quota di obbligazioni con rendimenti negativi sul totale del mercato obbligazionario è scesa dal 23% al 15%. In termini di valore nominale, è passata da 10,6 mila miliardi di dollari a 7,6 mila miliardi.

Quante obbligazioni in portafoglio, quindi?

Alla luce di quanto detto, possiamo aspettarci che i tassi di interesse e i rendimenti proseguiranno nei prossimi mesi la loro salita. Ma rendimenti più alti comportano una riduzione del valore dell’investimento in obbligazioni perché, rispetto a nuove emissioni che remunerano meglio l’investitore, il bond che i vostri clienti hanno ora in portafoglio risulterà meno “competitivo” e quindi, nell’eventualità di una vendita, il suo prezzo sarà più basso. In generale, vale la pena di sottolineare che in un portafoglio adeguatamente diversificato l’investimento obbligazionario non può mancare. Ok, ma quanto? Questo dipende dal profilo di rischio e dagli obiettivi di portafoglio dei vostri clienti. È bene diversificare per divisa, includendo con intelligenza sia obbligazioni di Paesi a più alto rendimento sia obbligazioni che – con elevata probabilità – costituirebbero un “porto sicuro” in caso di correzioni pesanti del mercato azionario. In termini di veicolo giuridico, ha molto senso privilegiare i fondi comuni, già diversificati al loro interno. Ma è bene non disdegnare singole emissioni societarie che presentino motivi d’interesse, se il loro taglio minimo è tale da non concentrare troppo rischio su di esse.

Giordano Cozzi
Family Banker. Investo molte ore della mia giornata, alla ricerca di informazioni finanziarie e bancarie, con l’obiettivo di dare un vero valore aggiunto a tutti i clienti.

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MIFID 2

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Il 3 gennaio 2018 entra in vigore la cosiddetta MIFID 2, la normativa europea che disciplina i servizi di investimento. Nell’obiettivo del legislatore tale sistema di norme dovrebbe offrire una maggior protezione ad investitori e risparmiatori. E’ probabilmente la più grande operazione di regolamentazione finanziaria della storia.

La MIFID 2 cos’è e cosa cambia

La MIFID 2 è una direttiva europea sui servizi finanziari, del 15 maggio 2014, che sarebbe dovuta entrare in vigore il 3 gennaio 2017 ma che diventa operativa dal 3 gennaio 2018. La normativa rappresenta l’evoluzione della precedente disciplina, la MIFID, del 2007. Ne amplifica il campo d’azione e la magnitudo. MIFID è acronimo di Markets in Financial Instruments Directive. Lo scopo della MIFID 2 è quello di aumentare la tutela per chi investe, grazie a un maggior numero di informazioni e a nuove imposizioni per le imprese e gli intermediari finanziari (come gli istituti bancari, le Società di Gestione del Risparmio e le Società di Intermediazione Mobiliare). Con la MIFID 2 viene promossa una maggiore trasparenza e una miglior efficienza sui mercati finanziari.

 

UNA MIGLIOR SPECIFICA DEI COSTI

Uno degli aspetti più interessanti per i risparmiatori introdotti dalla MIFID 2 è quello relativo a una maggior chiarezza sul versante dei costi del prodotti finanziari in cui si investe. Tutte le spese (non solo quelle di ingresso ma anche quelle di performance – ossia legate all’andamento del prodotto –, quelle di gestione – cioè quelle annuali – e quelle di uscita, se presenti) dovranno essere ben specificate in precedenza (con una stima) e rendicontate almeno una volta all’anno, con i relativi impatti sui rendimenti.

DEFINIZIONE DELLA CONSULENZA

La MIFID 2 introduce importanti novità anche sul tema della consulenza. Le società di investimento dovranno infatti specificare agli investitori se la consulenza è prestata su base indipendente o meno. Nel primo caso il consulente, non legato a un produttore, sarà remunerato solo con una commissione legata alla consulenza mentre nel secondo caso il consulente sarà pagato con le retrocessioni. Il consulente, comunque, dovrà sempre essere formato e dovrà sempre specificare la gamma dei prodotti sui quali presta consulenza.

Leggi tutto: http://www.soldionline.it/guide/mercati-finanziari/mifid-2?cp=1

 

 

 

 

 

Giordano Cozzi
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Il boom dei Pir

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Quando qualche giorno fa il Ministero dell’Economia ha rivisto le stime sulla raccolta dei Pir nel 2017 portandole addirittura a 10 miliardi di euro, cifra impensabile quando alla fine dello scorso anno sono stati varati i Piani individuali di risparmio, pochi in realtà si sono stupiti. Dagli annunci delle principali società di gestione del risparmio che hanno rapidamente creato strumenti di investimento appositi si era già intuito che l’attenzione degli investitori sarebbe andata ben oltre le previsioni iniziali: del resto la sola Banca Mediolanum, fra le più dinamiche al momento, ha raccolto 700 milioni in poco più di due mesi e punta a raggiungere a fine anno quota 3 miliardi, che di per sé sarebbe stata già una cifra superiore all’originale stima del Mef, e non ci voleva molto a capire che altri big, Eurizon e Pioneer in testa, si sarebbero inseriti rapidamente a ruota del gruppo controllato dalla famiglia Doris.

Gli effetti sulle imprese
Ma se sull’appetito delle famiglie italiane, in cerca di rendimenti appetibili oltre ai BTp e attirate dai benefici fiscali garantiti a chi detiene questi strumenti per 5 anni, i dubbi sono durati poche settimane, qualche incertezza in più era ed è ancora lecito nutrirla sugli effetti che i Pir avranno sulle imprese in cui questi nuovi strumenti investiranno, che poi è il vero obiettivo del Mef. Dubbi a medio-lungo termine ovviamente, perché nell’immediato gli effetti sono chiarissimi, almeno in Borsa dove nei primi 4 mesi dell’anno i volumi si sono moltiplicati: quasi raddoppiati sulle small cap e per il segmento Star e addirittura poco meno che quadruplicati sull’Aim Italia. Ed è altrettanto evidente l’impatto a livello di prezzi, visto che gli indici dei titoli a piccola e a media capitalizzazione quotati sulla Borsa italiana hanno avuto performance superiori (+23%) non soltanto nei confronti dell’indice generale di Piazza Affari (il Ftse Mib che si è «fermato» a +10,7%), ma anche e soprattutto rispetto alle small e mid cap europee (+10,5% per l’indice EuroStoxx Mid) e con un’accelerazione da inizio marzo.

I flussi di denaro
D’altra parte è anche innegabile che su questi titoli si stiano e soprattutto si riverseranno in futuro flussi di denaro davvero importanti. In base ai calcoli di Equita Sim, che non soltanto prevede 10 miliardi di raccolta sui Pir nel 2017, ma anche oltre 35 miliardi da qui al 2019 e 55 miliardi entro il 2021, gli investimenti nei confronti di azioni che non fanno parte del paniere Ftse Mib ammonteranno al 4,2% del loro flottante medio già quest’anno e saliranno al 5,4% nel 2018, per raggiungere poi una cifra sbalorditiva del 23,1% nell’arco dei 5 anni.

In altre parole, il rischio è che alla fine la quantità di strumenti su cui di fatto i Pir possono investire si possa rivelare limitata e il mercato di riferimento diventi estremamente illiquido con i rischi che ciò comporta in caso di fasi turbolente sui listini. La speranza, in questo caso, è che il fenomeno inneschi davvero il circolo virtuoso che il Governo si augura, spingendo verso il mercato dei capitali la gran parte delle Pmi che costituisce la spina dorsale del nostro sistema produttivo e che quasi ignora questo canale di finanziamento e crescita. Qualcosa per la verità si è mosso nelle ultime settimane, con i debutti di Unieuro, Farmafactoring, Avio e Indel B (proprio ieri) sul listino principale, di altre sei società su Aim Italia, e con i collocamenti di ulteriori quote da parte di Iren e Datalogic. Occorre però una spinta maggiore per reggere la carica dei Pir.

 

Giordano Cozzi
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Mediolanum punta sui Pir

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Raccogliere tre miliardi di euro con i PIR (Piani Individuali di Risparmio) già nel 2017. Ad alzare l’asticella rispetto a quanto previsto dal Governo per questi strumenti che veicolano il risparmio all’economia reale – e una parte alle piccole e medie imprese – ci ha pensato il fondatore di Banca Mediolanum a margine del Forum milanese dedicato a questi nuovi strumenti finanziari. «Ci siamo sempre lamentati dei politici che non fanno nulla, invece questa volta l’esecutivo ha preso la giusta decisione con i PIR», ha spiegato Ennio Doris, presidente dell’istituto. «Il Governo ha previsto che il mercato avrebbe dato 2 miliardi quest’anno e 18 miliardi nei prossimi cinque anni. Noi vogliamo fare più» e arrivare «ad almeno 3 miliardi».

Dall’inizio dell’anno Mediolanum ha già raccolto oltre 700 milioni con i Piani Individuali di Risparmio: «È una situazione potenzialmente vincente non solo per noi istituti di credito – ha aggiunto l’ad della banca Massimo Doris – ma anche per i risparmiatori che non devono pagare tasse e per il sistema Paese perché le piccole medie imprese ottengono liquidità a lungo termine».
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Giordano Cozzi
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Pir: Quando il fisco aiuta il risparmio

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Già presenti all’estero, da inizio anno i Piani individuali di risparmio (PIR) hanno fatto il loro debutto anche in Italia. Introdotti con l’ultima legge di bilancio, i PIR sono, in estrema sintesi, una forma di investimento a medio termine, nate con l’obiettivo di veicolare i risparmi delle famiglie verso le imprese italiane e in particolare verso le piccole e medie imprese. L’investimento avviene attraverso strumenti finanziari come obbligazioni, azioni e quote di fondi di investimento su imprese italiane, anche di piccole-medie dimensione, o aziende con stabile organizzazione in Italia.

Ogni singolo Pir prevede un investimento massimo di 30mila euro l’anno. L’investimento deve essere mantenuto per almeno 5 anni con un importo complessivo massimo di 150.000€.  ll 70% di quanto investito deve essere destinato a strumenti finanziari emessi da imprese italiane. Ma anche da imprese europee, purché abbiano una stabile organizzazione in Italia. Di questo 70%, almeno il 30% deve essere investito in strumenti finanziari emessi da imprese che non sono inserite nell’indice Ftse Mib di Borsa italiana.

Dal punto di vista degli investitori, il vantaggio è quello di essere esentati dalle imposte sui capital gain sui rendimenti (cedole, dividendi). È prevista anche l’esenzione dall’imposta di successione in caso di trasferimento mortis causa degli strumenti detenuti nel piano di investimento. Sono individuali e rivolti esclusivamente alle persone fisiche. In particolare ai piccoli investitori mentre sono gestiti dalle Sgr, cioè le società di gestione del risparmio gestito.

 

Fabrizio Pagani Capo Segreteria Tecnica del Ministero Economia e delle Finanze e fautore dei piani individuali di risparmio.

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Giordano Cozzi
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Pir: piani individuali di risparmio

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Cosa sono e come funzionano

I Pir sono una nuova forma di risparmio fiscalmente incentivato introdotto nel nostro orientamento con la Legge 232/2016: sono dei “contenitori fiscali” (fondo comune, gestione patrimoniale, contratto di assicurazione, deposito titoli), che prevedono per gli investitori individuali l’esenzione della tassa sui capital gain, dividendi, imposte di successione e donazione. Le tre condizioni per beneficiare delle agevolazioni fiscali sono:

  1. Almeno il 70% del patrimonio dei Pir deve essere investito in azioni e bond emessi da società italiane, o anche Ue ma con stabile organizzazione in Italia. Di questo 70% almeno il 30% (pari al 21% del totale) deve essere investito in titoli di società non presenti nell’indice FtseMib in modo da far affluire capitali anche su aziende medio-piccole.
  2. L’investimento deve essere mantenuto per almeno 5 anni dalla sottoscrizione. E’ possibile disinvestire prima, ma si perde il beneficio fiscale.
  3. E’ possibile investire fino a 30mila euro all’anno, fino ad un massimo di 150mila euro in più anni.

 

Secondo il Mef, Ministero di Economia e Finanza, i Pir potrebbero raccogliere due miliardi già nel 2017 mentre alcune simulazioni, che diversi uffici studi hanno definito realistiche, hanno ipotizzato nel prossimo triennio flussi di sottoscrizioni sui Pir tali da riuscire a movimentare nuovi investimenti aziendali per circa 1015 miliardi di euro

 

Clicca qui per leggere l’articolo del Sole 24Ore

Giordano Cozzi
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Quanto è facile cambiare banca

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Ragioni di comodità e abitudine frenano la ricerca di alternative. Eppure la fedeltà non paga.

Adesso cambio banca“. Tutti lo dicono, ma sono ancora pochi gli italiani a metterlo in pratica. Il tasso di mobilità dei correntisti, che rappresenta l’incidenza dei conti correnti accesi ed estinti sul totale, viaggia ancora intorno al 10-12%. Un dato negli ultimi anni in costante (ma ancora lieve) crescita, che potrebbe però salire in misura significativa con lo sviluppo del digital banking, ovvero la possibilità di effettuare tutte (o quasi) le operazioni bancarie via pc, tablet o smartphone. I correntisti che operano online sono infatti il segmento di clientela bancaria più attivo e fluido nella scelta della banca: oltre la metà, esattamente il 52,5% dei correntisti online, ha aperto un nuovo conto corrente negli ultimi due anni.

Ma è bene ricordare che anche recandosi in filiale è possibile trasferire con estrema facilità il c/c da una banca all’altra in solo due settimane, senza lungaggini burocratiche o balzelli. Occorre solo chiedere alla nuova banca o al consulente di curare gratuitamente il trasloco e mettere in conto al massimo un pò di pressione da parte della vecchia banca che cercherà fino all’ultimo di impedire il trasferimento dei rapporti presso un altro intermediario. Ed è sopratutto nel legame esistente tra il rapporto di conto corrente e altri servizi bancari che vanno ricercati gli “alibi” addotti dalle banche per allungare i tempi e trattenere i clienti.

Dal 25 Giugno 2015 con l’entrata in vigore della Dl n.3/2015 il trasloco del conto deve essere concluso entro 12 giorni lavorativi, senza oneri e senza adempimenti burocratici a carico del cliente.

L'infedeltà ripaga

Del resto rimanere ancorato allo stesso istituto di credito per tanti anni non comporta vantaggi. La fedeltà in banca non viene premiata e porta a far spendere di più. E’ ormai assodato che i clienti di lunga data hanno condizioni contrattuali più sfavorevoli rispetto ai nuovi. Le annuali indagini di Banca d’Italia sui costi dei conti correnti, sottolineano che uno dei principali fattori di variabilità dei costi è l’anzianità di apertura conto. Per i conti aperti da uno e due anni la spesa, al netto degli oneri per chi va in rosso, è pari rispettivamente a 52,7 e 58,8 euro, rispetto a una media di 82,2 euro annui. Il costo cresce con l’aumentare dell’anzianità del conto, fino a raggiungere 98,7 euro per i conti con almeno 10 anni di vita: ovvero rispetto quasi il doppio rispetto ai nuovi.

Va bene cambiare, quindi, ma dove andare? 

La chiamano “new normal“. E’ l’era dei tassi a zero, con cui tutti devono fare i conti, Banche comprese, chiamate a risollevare dei margini sempre più compressi. Un contesto storico senza precedenti, che potrebbe portare gli istituti di credito ad aumentare i costi sulle operazioni bancarie. E con i tassi attivi sulle giacenze completamente azzerati, il conto corrente è diventato ormai un vero e proprio costo, che rischia di aumentare ancora: per un bonifico allo sportello le spese possono arrivare fino a 7 euro. Per non parlare degli istituti che ancora chiedono una commissione (fino a 2 euro) quando si preleva con il bancomat presso un Atm di un’altra banca. Insomma è arrivato il momento di fare il check-up del proprio conto, verificarne tutte le “inefficienze” dei costi, se ce ne sono, e preparare i bagagli per traslocare verso un nuovo mondo, l’online, che offe diversi conti a zero spese.

Ma come fare a scegliere il conto su misura? 

Per scegliere il giusto conto, quello che fa proprio al caso tuo, ci sono due alleati validissimi che però non tutti conoscono, si chiamano Profili di Operatività di Banca d’Italia e ISC.

I Profili di operatività di Banca d’Italia sono il risultato di un’indagine statistica effettuata nel 2009 volta a individuare su particolari campioni di clientela gli usi più consueti dei prodotti di conto corrente. Ogni profilo è distinto in base a numero e tipologia di servizi svolti annualmente, giacenza media di conto e presenza di prodotti o servizi aggiuntivi, ad esempio carta di credito o bancomat.

Per i conti correnti a pacchetto, ovvero i conti con un canone che comprende anche altri servizi, i profili individuati sono sei:

Una volta che hai individuato il tuo profilo entra in scena il secondo protagonista, l’ISC, ovvero l’Indicatore Sintetico di Costo, che quantifica in modo semplice i costi effettivi del conto corrente.
Puoi trovare l’ISC nel Foglio Informativo, in questo caso ti serve come strumento di confronto dei costi delle diverse offerte delle Banche. Puoi trovarlo anche nel Documento di Sintesi periodico di fine anno, in questo caso puoi paragonare il totale delle spese sostenute nell’anno, messe in luce dall’estratto conto al 31 dicembre, con i costi orientativi per i profili di operatività riportati nel riquadro “Quanto costa il conto correntedel documento di sintesi allegato all’estratto conto.


In un anno il costo medio dei depositi per famiglie è salito del 13%. Su il canone delle carte di credito e i bonifici. Dietro l’aumento l’impatto dei salvataggi e della concorrenza sui mutui: Clicca qui per approfondire 


 

 

 

Giordano Cozzi
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Alla ricerca della solidità

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Dietro la fuga di alcuni correntisti dalle banche c’è oggi anche una nuova consapevolezza: la solidità patrimoniale di un istituto di credito si può misurare e confrontare con indici come il Cet1, il Tier1, il Total Capital ratio. Il primo esprime il capitale primario, il secondo quello allargato, il terzo il patrimonio totale. Tutti sono rapportati alle attività ponderate per il rischio. Nella nuova classifica sulla solidità delle banche — elaborata per Corriere Economia il 16 gennaio dall’équipe di Stefano Caselli, prorettore dell’Università Bocconi, e aggiornata agli ultimi dati disponibili (in genere la Relazione al 30 settembre 2016) — il Monte dei Paschi in procinto di accogliere lo Stato fra i soci ha perso terreno. Il suo Cet1 ratio è sceso a settembre (vedremo il dato del bilancio annuale) all’11,49%, contro l’11,71% del primo trimestre 2016. Giù anche il Tier1 (11,81% dal 12,46%) e il Total capital ratio (14,29% dal 15,24%). Intendiamoci, con questi numeri la banca sta in piedi: il minimo richiesto per le banche sistemiche è l’8% per il Cet1 (che può venire alzato dalla Bce banca per banca) e il 10,50% per il Total capital ratio.



Ebbene, su 20 banche considerate del primo gruppo solo nove, meno della metà, hanno il Cet1 in calo nel periodo indicato: oltre a Mps anche Intesa Sanpaolo (a 12,41%), Creval ( a 12,41%), Mediobanca (a 12,20%), Carige ( a 12,30%), Ubi (a 11,68%), Cariparma (a 11,30%), Popolare di Bari (a 9,65% ). Più la Popolare di Vicenza (a 10,75%), malgrado l’intervento del fondo Atlante e la recente, doppia iniezione di capitale. Salgono i valori patrimoniali delle altre 11, in testa l’Unicredit in «cura Mustier» che ha ceduto asset e si prepara con i conti in ordine alla ricapitalizzazione monstre da 13 miliardi (11%). Ma si rafforzano anche Mediolanum (a 20,40%), Credem (a 13,51%) e l’ex Banco Popolare (a 14,85%) ri-patrimonializzato con un miliardo dopo l’estate. E poi Banca Sella (a 11,97%), la Bper (a 14,47%), l’ex Bpm (ma quasi ferma, a 11,73%), il Banco di Desio ( a 10,95%), la Popolare Sondrio (a 11,22%). Veneto Banca, che era sotto soglia con un 7,23%, ha cambiato marcia: 10,74%.


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Giordano Cozzi
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La crisi delle banche a Civitavecchia. Banca Mediolanum fa la differenza

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I nodi vengono al pettine! Gli stati europei promuovono in continuazione interventi di salvataggio nei confronti dei grandi istituti di credito ma in alcuni paesi questi piani hanno un effetto recessivo sull’economia reale (vale a dire sulla vita delle persone) e uno di questi paesi è proprio l‘Italia. Perchè il sistema bancario continua ad essere messo a dura prova? Cosa sta succedendo in Europa? Quando finirà questa crisi? La mia banca fallirà? Sono principalmente queste le domande che ogni giorno la gente, comuni cittadini, miei clienti e non, mi rivolgono.

Sono un Family Banker di Banca Mediolanum. Ho la possibilità di informare ogni giorno il cittadino, e voi lettori con questo articolo, quando una banca fa realmente la differenza, invertendo la rotta della crisi, sopravvivendo a questa con margini di astuzia, lavoro, creando per i suoi cliente le migliori condizioni di vita senza pensieri, nè timori di fallimento, educando, sensibilizzando ad una giusta informazione.

Sul mio territorio si sono verificati diversi fallimenti bancari e uno di questi ha avuto il suo lutto. Ho il dovere morale di informare, avvertire i miei concittadini, e non  solo, delle conseguenze di un  fallimento bancario come Banca Etruria e Banca delle Marche a Civitavecchia. Il loro fallimento ha intaccato le finanze di ogni cliente, incredulo e molto spesso disinformato di ciò che stava accadendo ma che da diversi anni si stava già parlando. E qui sottolineo quanto può essere importante la figura di un Family Banker, un reale consulente finanziario, non l’amico”fidato” di famiglia che lavora in banca al quale si affida tutta la finanza famigliare.

Da diversi anni si parla di bail in e Banca Etruria ne è stata la conseguenza più catastrofica.


Lo yacht fantasma preso in commissione dalla Privilege Yard è uno dei finanziamenti falliti di Banca Etruria, che di anni ne ha parecchi visto che è stata fondata nel lontano 1882; uno scheletro in lamiere a cielo aperto, che si affaccia sul litorale civitavecchiese.

La banca ha investito 30 milioni di euro in questa costruzione ma sono spariti con il resto dei materiali che avrebbero dovuto dare vita al mega-panfilo.


Se il vino buono si vede dall’annata, per la Banca non può essere altrimenti. Ne è un esempio Cariciv (Cassa di Risparmio di Civitavecchia) che dopo 168 anni ha chiuso i battenti, nella maniera peggiore, vittima di un raggiro di 25 milioni di euro di capitali. Insieme a Cariciv ha tolto l’insegna anche Carivit (altra banca operante sul territorio civitavecchiese). Dopo decenni di stabilità, le banche italiane entrano nel girone “infernale” dell’Euro e della globalizzazione ed inizia una danza frenetica di fusioni, acquisti, vendite, incorporazioni, passaggi in mani straniere. Il 23 novembre 2015 Cassa di Risparmio della Provincia di Viterbo, Cassa di Risparmio di Rieti e Cassa di Risparmio di Civitavecchia sono state fuse per incorporazione in Intesa Sanpaolo un istituto bancario italiano, nato dalla fusione per incorporazione di Sanpaolo IMI in Banca Intesa.


E’ saltata alle cronache un’altra banca secolare, la più antica del mondo, fondata nel 1472: Mps (Monte dei Paschi di Siena). Quella di Siena è la cronaca di una rovina annunciata. Parte con l’acquisizione folle per 9 miliardi (tre volte il capitale) della malridotta Antonveneta (anch’essa con sede a Civitavecchia) che ha portato prima sofferenze in casa senese ,e poi la politica errata di gestione dei prestiti che già dal 2012 mostrava tassi di sofferenza e incagli ben al di sopra della media del sistema bancario. Il disastro senese negli ultimi 5 anni ha cumulato perdite per oltre 27 miliardi di euro.


I licenziamenti e gli esuberi agli sportelli bancari negli ultimi anni sono stati notevoli.

Clicca qui per verificare se anche la tua banca è coinvolta.


Come capire quindi se la banca di appartenenza è solida? Come dormire sonni tranquilli? Ci possiamo realmente fidare dell’impiegato bancario, amico “fidato”, che ci fornisce lo “specchietto per le allodole”? Possiamo verificare noi di persona? La risposta è Sì.

Ecco che acquistando un giornale o avendo accesso al mondo cibernetico, possiamo decidere di sensibilizzarci.

Per valutare la solidità patrimoniale delle banche vengono impiegati degli indicatori, chiamati ratio. Da alcuni anni il più utilizzato da parte delle Autorità di Vigilanza è il Cet1 (Common equity tier 1).

Clicca qui per verificare lo stato di solidità della TUA banca.

Dopo aver letto bene credo che balzano agli occhi i vertici della classifica: primo posto in Italia e quarto in Europa. Sicurezza che il cliente deve verificare prima di scegliere di affidare i suoi risparmi ad un istituto bancario.

Celebriamo questo 2016 con la nostra migliore raccolta mensile di sempre e con un dato annuale outstanding, che assume ancor più valore considerato l’anno complesso per tutto il mondo finanziario. Siamo davvero orgogliosi di poter commentare una raccolta totale che cresce ancora del 20% rispetto ad un 2015 già da incorniciare, e che è connotata come sempre da un’ampia componente investita nel risparmio gestito. Desidero ringraziare tutta la rete dei Family Banker e i dipendenti per l’impegno costante dimostrato in tutto il 2016 e i nostri clienti per la fiducia che ci hanno accordato”.

Queste le parole a commento dei risultati commerciali di dicembre 2016 di Massimo Doris, Amministratore Delegato di Banca Mediolanum.
Nel mese la raccolta netta totale ammonta a € +1.071 mn, portando il totale da inizio anno a € +5.610 mn, con un incremento del 20% rispetto allo scorso anno.
In particolare, la raccolta netta in Fondi comuni nel mese è pari a € +509 mn, oltre 3,5 miliardi nell’anno.

 

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Giordano Cozzi
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Burden sharing e istituti salvati

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Salvataggio pubblico si, ma con forti vincoli alle attività delle banche che lo ottengono. Il decreto approvato dal Consiglio dei ministri , e in vigore con la pubblicazione in “Gazzetta Ufficiale” (è il Dl n. 237/2016), allarga il più possibile le maglie dell’interpretazione del burden sharing (info), cioè della condivisione dei costi a carico degli investitori, ma sul terreno delicato degli aiuti di Stato si deve muovere nei binari tracciati dalle regole Ue. In pratica, l’istituto di credito che si imbarca nel meccanismo del programma con la ricapitalizzazione deve operare  con il freno a mano tirato su un ventaglio molto ampio di attività. Oltre ai limiti alla governance e agli stipendi del vertice, bisogna mettere al bando le ipotesi di dividendi su azioni oppure cedole su strumenti di capitale. Più in generale, nessuna operazione di gestione del capitale è possibile senza aver prima ottenuto il via libera da parte della commissione europea. Tutto questo insieme di regole, ovviamente, debutterà nel caso Monte Paschi di Siena, per il quale il Tesoro dovrà mettere mano al “Programma di rafforzamento patrimoniale” che lo porterà a controllare Rocca Salimbeni, diventando l’azionista di riferimento del Monte.

L’opinione di Bruxelles, comunque, peserà su ogni passaggio operativo del decreto, che con la dote fino a 20 miliardi mette in campo una serie di “attrezzi” ora da utilizzare all’atto pratico. La garanzia per la liquidità, che ha una finestra temporale aperta fino al 30 Giugno, si allarga fino ad abbracciare anche le banche in “risoluzione” (le good banks nate dalla risoluzione di Banca Etruria, Banca Marche, Carichieti, Cariferrara). Sarà sempre la commissione europea a dover dire “Si”, se il ministero dell’Economia chiederà di estendere il meccanismo anche al secondo semestre del prossimo anno.

Peri i piccoli investitori, viene messo in campo un indennizzo integrale per tutti i titoli per i quali fosse previsto l’obbligo di pubblicazione del prospetto informativo. Il decreto, insomma, fissa in modo generalizzato il presupposto del misselling, vale a dire della vendita di titoli non in linea con il profilo di rischio dell’acquirente e non accompagnata da un’adeguata informazione sulle caratteristiche del prodotto venduto: presupposto che secondo le regole Ue è indispensabile per attivare le compensazioni.

Per indennizzare i risparmiatori dalle perdite è stato disegnato un meccanismo su più mosse:

  • il risparmiatore subisce la conversione forzosa dei bond, ma la banca poi acquista, per conto del Tesoro, queste azioni e le cede in cambio di obbligazioni senior emesse alla pari. Alla fine, il risparmiatore avrà in portafoglio “bond sicuri” caratterizzati da un rendimento in linea con gli strumenti analoghi emessi dalla banca.
  • Nel caso degli investitori questo meccanismo, che nasce espressamente per evitare il rischio di contenziosi a catena, non si attiva, ma anche per loro il burden sharing (info) non è particolarmente pesante, dal momento che la conversione forzata avviene nella maggior parte dei casi al 75% del nominale.

IL FONDO DA 20 MILIARDI

Il decreto stanzia 20 miliardi di debito pubblico aggiuntivo per due scopi fondamentali: la garanzia pubblica sulle emissioni di liquidità, che si trasforma in un costo effettivo a carico del bilancio pubblico solo nel caso in cui la garanzia poi essere esercitata, e la ricapitalizzazione precauzionale. La garanzia, può essere concessa fino al 30 Giugno ma sarà sufficiente un decreto per prolungare di altri sei mesi. Al 31 Dicembre scade invece la possibilità per il Tesoro di sottoscrivere o acquistare azioni emesse da banche italiane.

BURDEN SHARING 

Il sostegno pubblico straordinario al capitale delle banche comporta l’attivazione del burden sharing (info), cioè la condivisione dei costi a carico degli obbligazionisti subordinati. Il decreto specifica però, che l’applicazione del burden sharing (info) può essere evitata nel caso in cui la commissione europea stabilisca che l’adozione di queste misure possa “mettere in pericolo la stabilità finanziaria o determinare risultati sproporzionati”. Il provvedimento stabilisce anche la “gerarchia” dei titoli che partecipano alla ripartizione degli oneri, attraverso la conversione forzata in azioni: prima di tutto vengono gli “strumenti di capitale aggiuntivo di classe 1”. Se la loro conversione non è sufficiente a riportare il capitale ai livelli richiesti, si passa a quelli di classe 2 e successivamente agli altri bond subordinati.

 

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Giordano Cozzi
Family Banker. Investo molte ore della mia giornata, alla ricerca di informazioni finanziarie e bancarie, con l’obiettivo di dare un vero valore aggiunto a tutti i clienti.

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Furto, smarrimento, duplicazione di bancomat e carte di credito?